peso/densità/tensione

L’esperienza della gravità è elemento imprescindibile dell’abitare il mondo fisico: la percepiamo nel nostro stesso corpo e attraverso ogni cosa con la quale veniamo in contatto. Essa è talmente radicata che la sperimentiamo negli oggetti anche senza contatto fisico con essi. La percepiamo visivamente ma la facciamo nostra attraverso il nostro intero corpo, mediante una sorta di estensione del senso del tatto.

Evidenti indizi sperimentali  descrivono i meccanismi di tale percezione: In prima istanza ciò che è continuo e omogeneo e di forma semplice e di colore scuro è percepito come denso e pesante, mentre ciò che è discontinuo, articolato, di forma complessa e di colore chiaro sarà considerato leggero. È chiaro come tali qualità fanno capo oltre che al senso della vista anche a quello del tatto.

Per gli oggetti architettonici si aggiunge un ulteriore vincolo percettivo. L’immobilità (condizione quasi assolutamente generalizzata) di questi li rende “ orientati”, in quanto la forza di gravità agisce sempre nella stessa direzione. Il basso di un edificio dovrà sopportare anche percettivamente il peso di ciò che gli sta sopra e per far questo dovrà apparire più denso.

Nel linguaggio classico gli Ordini architettonici sono sovrapposti in sequenza fondata sul  loro grado di leggerezza percettiva: Dorico, Ionico, Corinzio. Così pure il palazzo rinascimentale seguirà la complessa grammatica che prevede al piano più basso muri continui e spesso bugnati,  aperture sempre più ampie ai piani superiori, ove spesso la muratura si articola in telai e viene svuotata nelle specchiature.

Dal concetto di PESO, forza orientata sulla verticale, alla sua rappresentazione nel concetto di DENSITÀ, forza di coesione che reagisce a quello è conseguente generalizzare nel concetto di TENSIONE, forza apparente che si genera ogni volta che si ha un brusco cambiamento di densità, non più solo in conseguenza della forza verticale del peso.

Analogamente quindi il blocco murario è più denso e pieno,plasticamente massiccio negli spigoli, nelle cornici delle aperture e nella terminazione ultima della cornice, dove cioè la compattezza e densità della forma sono messe in discussione nel limite tra la massa muraria e l’aria che la circonda. Nascono così nel linguaggio dell’edificio classico spigoli bugnati e pesanti cornici là dove il vuoto tende a erodere la compattezza del volume.  Louis Kahn raccomandava ai suoi studenti di “marcare con forza e con chiarezza i punti in cui le forze mutano intensità e direzione”, estendendo così questo concetto all’interno stesso del volume.

Tutto ciò rientra nell’ordine del linguaggio classico, che si fondava sull’imitazione delle leggi naturali. Il Moderno nelle sue concettualizzazioni antinaturalistiche ribalta quest’ordine. Il volume è un vuoto che si determina solo mediante i piani che lo delimitano, immateriali e tendenzialmente illimitati, come in  Rietveld, casa Schroeder, 1924. L’edificio si libra su esili pilotis. Tutte le figure retoriche atte a rappresentare forze e tensioni fisiche dell’ordine naturale sono rovesciate e le delimitazioni dell’edificio sfumano nel vuoto . In Nouvel, Torre senza fine, Parigi 1989 il volume nella sua crescita perde di peso, sfumando dalla pietra al vetro, al traliccio che si svuota nella sua terminazione. Nella Fondazione Cartier, Parigi, 1989 la facciata su strada è traliccio vuoto e trasparente, allineato con gli altri fronti stradali e eccedente il volume retrostante. (vedi→ SPOSTAMENTI E ROVESCIAMENTI SEMANTICI)

Nel linguaggio contemporaneo spesso questo rovesciamento è portato alle estreme conseguenze: l’edificio  più che ad una pietra cava vuole assomigliare ad un oggetto senza peso che fluttua nello spazio. I punti di maggiore tensione strutturale vengono celati.

Un mezzo efficace per negare l’effetto gravità è la perdita della stabilità verticale e l’uso generalizzato di linee inclinate. Secondo gli assiomi citati della Gestaltpsycologie queste inducono sensazioni di instabilità e di movimento. Tutta l’opera di Hadid (p.e. in  Vitra fire station, Weil am Rhein, 1993) è informata a forme cosiddette dinamiche, fatte di linee inclinate e di verticali fuori squadro.

A volte l’intenzione di smaterializzare è spinta all’estremo, quasi a definire una sorta di indefinizione dell’oggetto architettonico nel suo intorno: è quanto teorizza Toyo Ito con la sua blurring architecture (blur= appannarsi, offuscarsi) o introducendo il movimento fisico (in realtà la sua immagine visiva)  nel progetto. Nella Torre dei Venti, Yokohama, 1986 una massiccia preesistente torre-serbatoio è rivestita da un esile traliccio che porta un sistema di illuminazione variabile nel tempo. Si ha così non solo un effetto di trasparenza e smaterializzazione, ma questa varia a programma disegnando nella notte una forma che cambia come una insegna luminosa astratta, contraddicendo così ogni sensazione di peso, stabilità e di permanenza.

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